Calabria, Aspromonte. Settembre 2024
Qual era stata l'ultima volta che avevano cenato insieme? Non lo ricordava, come non ricordava neppure l'ultima volta che avevano pranzato, insieme. O l’ultima carezza, l’ultima volta che avevano dormito, insieme.
L'ultima volta ha il pregio di non annunciarsi. È anonima. Ti prende alle spalle.
Adesso tutto le suonava dannatamente stupido! Stupido essersi fidata di Matteo, stupido aver cambiato registro e, soprattutto, scavarsi dentro.
A cinquant’anni, Brunilla Serventi si ritrovava al punto di partenza, come se gli uomini della sua vita non fossero mai passati dalle sue braccia.
Avrebbe potuto prendere una camera in albergo, magari in quello che si affacciava sulla piazza principale, il Centrale. Aveva un aspetto molto curato e accogliente, ma avrebbe dovuto condividere momenti di socialità che non era sicura di gradire.
E aveva preferito quella casetta di legno appena fuori paese. Protetta da faggi che scrollavano le foglie dorate sotto le prime brezze autunnali, era il rifugio ideale.
E poi c’erano altre ultime cose, quelle che la vita porta via con sé, che non si possono ripetere. L’ultimo incontro con un amico lontano, l’ultimo abbraccio a una persona cara che non c’è più. Occasioni che sono anche definitive, senza appello, e gelano il cuore, perché l’illusione di dominare il proprio destino è, appunto, un’illusione.
Era di questa seconda categoria l’ultimo bacio con Matteo? Un bacio vero, non solo labbra che si sfiorano, ma fame dell’altra bocca, e respiro condiviso. Un bacio così lei faceva fatica a ricordarlo!
A questo punto, non le importava ricordare quando se lo fossero scambiato. Ciò che importava adesso era convincersi che l’ultimo sguardo a Matteo non solo era stato l'ultimo, ma anche quello finale.
La stupiva sentirsi ancora addolorata, invece che indignata, come avrebbe dovuto, per il tradimento del compagno.
Non aveva negato. Non aveva detto una sola parola per spiegare; era rimasto immobile davanti alla brutale chiarezza del messaggio. Elsa, forse la più intima amica di lei, gli chiedeva se avrebbero potuto incontrarsi al solito posto, o se dovesse trattenersi con Brunilla.
Elsa, proprio lei, quella squinternata e, forse per questo, tanto cara amica, alla quale aveva perdonato ogni stranezza, sforzandosi sempre di giustificarla!
Tutta colpa del pop-up prepotente di un messaggio, fiorito proprio quando non avrebbe dovuto sullo smartphone di lui poggiato in bella vista, per un solo secondo, sul tavolino davanti a loro.
Non era stato necessario aprirlo per leggerne il testo. A nessuno dei due, purtroppo! Lì, sul divano del salotto di Matteo, su cui sedevano affiancati per guardare un film, si era consumata un’altra ultima volta.
Non erano state necessarie contestazioni, di fronte alla chiarezza di quelle parole! Lei non aveva dovuto pronunciarne: stavano tutte nello sguardo che gli aveva indirizzato, con cui chiedeva, muta, di essere smentita…"Dimmi che non è vero!"
Ma il pop-up era rimasto troppo tempo aperto perché potesse lasciare dubbi. Un paio di righe, proprio l’essenziale, ed Elsa aveva distrutto il loro rapporto!
Lui aveva avuto il buon gusto, forse la dignità, di non lanciarsi in patetiche giustificazioni: era ammutolito! Aveva solo provato ad alzare una mano, come per chiederle di non affrettare conclusioni. Forse, avrebbe voluto tentare una spiegazione.
Ma lei non gli aveva lasciato tempo: si era levata in piedi, gli aveva girato le spalle, ed era andata via. Nessuna scenata! Non uno strillo, una lacrima. Nessun dramma. Solo un dolore pungente alla bocca dello stomaco, un’urgenza di scappare via, lontano da quell’amore che evidentemente era stato a senso unico.
E adesso, a metà settembre, Brunilla stava lì, seduta su uno dei gradini del patio che anticipava la porta della casetta, a fissare senza vederlo il tremolante luccichio delle foglie dei faggi, sconfitte sentinelle del suo dolore.
C’era stata anche da ragazza in quel paesino, alla vigilia della maggior età. Giusto un paio di settimane con i genitori.
E anche allora, più di trent’anni prima, aveva avuto nel cuore un uomo. O, meglio, un ragazzo, che era entrato nella sua vita con la brutalità di quell’età in cui tutti i sogni appaiono realizzabili, a portata di mano, e la gioventù uno stato non destinato a tramontare.
Carlo, si chiamava. Era bello e sorridente, mentre raggiungeva il bar al cui dehors lei era seduta.
Le era passato vicino, diretto verso due ragazze che spettegolavano a un tavolino dietro al suo, e lei si era concentrata a coglierne l’aroma mentre le sfilava accanto.
Era un affare serio, questo dell’odore.
Non riusciva proprio a familiarizzare con chi ne portava addosso uno sgradevole. E con un uomo men che mai.
Tre giorni dopo l’aveva seguito in un bosco di pini, tra le felci alte di una radura.
Era stato molto dolce farsi prendere tra il profumo di terra e l’azzurro del cielo incorniciato dalle cime degli alberi.
Poi lui era tornato in Sicilia, a casa.
Si sarebbero scritti, e telefonato, si erano promessi sciogliendosi dall’ultimo abbraccio, che oggi non ricordava più.
Erano stati felici, ma del loro amore le era rimasto solo il ricordo del profumo di terra, e dei merletti delle felci.
Ce n’erano stati altri, di amori, prima di arrivare a Matteo. E nei primi tempi ognuno le era sembrato l’ultimo, quello giusto, che l’avrebbe legata per sempre.
E poi le delusioni, le cadute nel vuoto, la rabbia e la vergogna di essersi data a chi non la meritava le avevano fatto cambiare registro: andasse al diavolo il Vero Amore! Da lì in avanti, quando aveva voluto un uomo, se l’era preso, se l’era portato a letto con uno schioccare di dita, e non solo perché era bella.
Brunilla aveva anche cervello e fascino! Il suo portamento ai limiti dell’austero, la sua freddezza, che in un primo momento intimidivano l’interlocutore, si rivelavano armi formidabili quando li metteva da parte. Quando si lasciava andare, quell’improvviso mostrarsi femmina li stendeva. Perdevano la testa al primo sguardo promettente, impudico.
Aveva letto da qualche parte che il cervello maschile pesasse qualcosa in più di quello delle donne. Ma, evidentemente, non era di qualità pregiata: bastava far credere loro di essere i protagonisti della storia, e il gioco era fatto. O forse, obbedivano a qualche altro decisore, invece che al cervello! Ne aveva fatto sempre ciò che aveva voluto. Fino a Matteo.
Col suo passato turbolento, i suoi modi diretti, poco formali, quell'anarcoide professore di ginnastica aveva disarcionato l’amazzone mangia uomini, tentata dalla sfida di un confronto.
Con lui le era parso di ritrovare le emozioni che aveva saputo accenderle Carlo. E senza accorgersene si era fidata ancora una volta di braccia che… non avevano mancato di deluderla.
Scriveva da tempo, Brunilla, perché le incursioni nel proprio sentire si trasformavano spesso in suggestioni che aveva il bisogno di affidare alla carta, in segni di inchiostro che raccontavano concetti, idee, sentimenti.
Poco importava che le stesse emozioni arrivassero pari pari a coloro che li avrebbero letti, quei segni: ne avrebbero comunque suscitate altre, tante quanti sarebbero stati i lettori.
Si era inventata un personaggio, una disinibita eroina alla quale aveva trasferito l’audacia e le pulsioni che covavano nella parte più profonda di lei. Le aveva dato il proprio nome di battesimo, e lei si firmava "Gradisca", un nome d’arte preso in prestito da Amarcord, il capolavoro di Fellini.
La sua Brunilla era la riproduzione letteraria della parte di sé che avrebbe voluto vivere la propria istintività senza remore, libera di assaporare ogni emozione senza filtrarla con la convenienza sociale.
Non si era aspettata di avere successo, lì per lì, perché il suo era un genere noir già abusato, anche se si collocava in una dimensione in cui la normalità si affrancava dai condizionamenti più diffusi.
Aveva cominciato a scrivere per sfogare la frustrazione delle prime disavventure amorose, e scrivere si era rivelato subito molto terapeutico. Affidava all’inchiostro il proprio sentire più intimo, e bilanciava la riservatezza a cui era costretta nella vita, in una trasposizione continua che, a volte, non riusciva a tenere distinti i due piani.
Contro ogni sua aspettativa, "I delitti di Brunilla" avevano trovato accoglienza in un numero sempre crescente di lettori.
Era stato proprio il pensare che i suoi sentimenti, le sue emozioni sarebbero stati letti da perfetti sconosciuti a farle decidere di presentarsi a loro col suo vero nome. La divertiva molto l'esibizionismo letterario di "mostrarsi in incognito". Lo trovava irresistibile, anche se la obbligava a tener nascosta la propria attività dietro le gonne di Gradisca.
Le creava non poche complicazioni, ma quelle gonne erano molto efficienti. Poter consentire a Brunilla ciò che Brunilla non poteva permettersi era un passaporto per la libertà.
Si divertiva, in particolare, quando qualche sua amica, come tutte all’oscuro della sua attività letteraria, le segnalava questo o quel racconto..."...ti giuro! Porta proprio il tuo nome! E se ne prende di libertà… la tua omonima! Dovresti leggerlo. A volte fa un po’ arrossire. Ma ne vale la pena."
Sì, la faceva molto sorridere, la Brunilla dei suoi romanzi.
Adesso, sotto le foglie di quei faggi, doveva solo seppellire Elsa e scegliere tra Gradisca e Brunilla.