Il signor Augusto

 

 

Da qualche tempo, il signor Augusto avvertiva un disagio esistenziale che lo prendeva alla gola. Lo avviliva notare le tracce malevole del tempo sul corpo e sul carattere di persone che non incontrava da molti anni, come se sovrapporre la vecchia foto alla nuova immagine gli desse una vertigine. Era stupefacente e ingiusto.

Stupefacente l’effetto di quelle rughe che segnavano la pelle una volta tonica e luminosa; ingiusto, perché non ne trovava la motivazione etica. Quale senso aveva quell’inesorabile consumarsi?

Non che non ne capisse la ragione genetica: gli era ben chiara! No! Era il perché filosofico a sfuggirgli.

In parallelo, si sentiva sopraffatto dal rammarico di opportunità ormai perdute: una vigorosa nuotata, una corsa liberatoria, una nottata a far bagordi, una donna non amata: insomma, tutto ciò che adesso gli era non più possibile e di cui all’epoca non aveva apprezzato il valore. Quella consapevolezza tardiva lo consumava.

Era anche altruista, il signor Augusto, perché non solo per se stesso soffriva. No! Provava un’irragionevole pena anche nell’incrociare lo sguardo confidente di persone più indietro nella vita che, a loro volta, stavano trascurando ciò che lui aveva trascurato e che, col tempo, anche per loro si sarebbe tramutato in rammarico.

Quale fine avevano fatto le tante persone che avevano incrociato i suoi passi? Se lo chiedeva spesso, e immaginava puntini come le briciole di Pollicino a segnare i passi di ognuno. E li vedeva incrociarsi vicendevolmente. All'infinito.

Dov’era, ora, quella ragazza dagli occhi celesti e il naso piacevolmente a punta, per esempio, che per mesi lo aveva osservato, in adorazione capiva oggi, poggiata al muretto di fronte alla sua bottega? Gli tornava in mente, adesso, quel repentino decidersi che, di tanto in tanto, la faceva entrare da lui a comprare un taglio di stoffa di cui non aveva bisogno. Gli parlava di altre cose, mentre fingeva di interessarsi al tessuto e si umettava le labbra, tesa, nella speranza di potergli rubare un sorriso e, perché no, una promessa, se non un impegno. Emilia, si chiamava, se la memoria non lo tradiva.

Perché l’aveva sempre lasciata andare sconfitta? Eppure gli piaceva, la trovava attraente, e si era affezionato, in fondo, a quello sguardo celeste che rischiarava la strada.

Emilia…

Lo turbavano anche le ultime teorie della fisica, quelle che studiavano la Quarta dimensione, lo Spazio-tempo, i Quanti… roba misteriosa, di cui riusciva a cogliere vagamente solo le ipotesi conclusive. Gli rimanevano sempre avvolti nella nebbia i passaggi intermedi, i profili scientifici più profondi. Faceva fatica anche a concepirla quella faccenda dello Spazio-tempo come dimensione unica, che si poteva deformare. Era controintuitiva, come i Quanti, il cui comportamento, dicevano, dipendeva da una probabilità nella quale l’osservazione aveva un ruolo essenziale, sebbene non ancora ben capito.

Ciò che lo affascinava era l’idea che potesse esistere una dimensione senza un prima e un dopo.

A sentir loro, gli scienziatoni, niente esisteva se non in relazione a un osservatore, un concetto che, spinto fino in fondo, alimentava il dubbio dell’esistenza stessa di un mondo uguale per tutte le persone, ognuna delle quali, invece, se ne farebbe una rappresentazione propria, soggettiva.

La cosa che per prima lo aveva colpito, aprendo una breccia nel suo istintivo scetticismo, era stata l’affermazione dell’inesistenza dei colori… beh, lì non aveva potuto non ammettere che c’era un fondo di verità nel discorso della osservazione, perché se guardava attraverso occhiali colorati, ogni cosa cambiava tinta.

Tutto in funzione dell’osservatore, tutto filtrato dalla rappresentazione che il cervello elaborava degli stimoli che lo colpivano. Perché no, in fondo? E quelli, i divulgatori portavano avanti ancora altre teorie: i sogni, per esempio. Doveva ammettere che anche quelli sembravano reali durante il loro svolgimento… e perché mai, allora, la realtà quotidiana, che si percepiva vera, non poteva essere essa stessa una rappresentazione? Un sogno, appunto!

E lì si perdeva a immaginare le conseguenze pratiche di quelle teorie. In quel mondo di realtà relative le persone, si chiedeva, che fine avrebbero fatto? A quale età si sarebbero sostanziate? Oddio, secondo loro, in assenza di un tempo assoluto, uguale per tutti, non avrebbero avuto un’età. Ognuno ne avrebbe avute tante quanti erano, o erano stati, e sarebbero ancora stati, gli osservatori. Per ognuno un momento, un vestito, una circostanza differente, come tutto fosse un magma di cui solo l’osservazione riusciva a isolare un’istantanea, tante istantanee, infinite, quanti potevano essere gli osservatori e i momenti in cui osservavano.

Ancora, quella ragazza esile, dallo sguardo triste, che lo sbirciava dal balcone quando ci passava sotto per andare a scuola, ogni mattina, cosa vedeva di lui? Cos’era lui ai suoi occhi? Forse solo dei capelli neri a marcare l'andatura presuntuosa della gioventù, o magari era un tuffo al cuore, una malinconia, una stizza perché non sollevava mai lo sguardo?

Fu quello il momento in cui il suo cervello elaborò l'intuizione geniale: a quel punto, ogni cosa, ogni persona, ogni fatto che credeva d'aver vissuto poteva ben essere nient'altro che la rappresentazione elaborata dal suo cervello.

Ma certo! E dentro il suo cervello Emilia poteva essere, ancora e per sempre, lo sguardo celeste che lo carezzava, in attesa, le labbra umide che scoprivano denti perlacei, ancora e per sempre. Almeno fino a quando non l’avesse rivista. Certo! E il maestro, che alle elementari lo rimproverava per non aver capito come si scriveva il segno di gnomo, sarebbe rimasto per sempre con la giacchetta a doppio petto che indossava in quei giorni e i capelli ondulati, imbevuti di brillantina.

Quindi, ognuno, ogni osservatore, avrebbe avuto il proprio mondo, la propria realtà, dove il tempo curvava, come nei film di Star Trek, e poteva avvoltolarsi su se stesso in ogni direzione.

Sì, certo! Forse.

Difficile, complicato… e tuttavia non privo di aspetti positivi, a pensarci bene! E già, a quel punto, anche lo stupore delle rughe trovava la sua ragione, come l’ingiustizia, perché scuotevano tutto il suo mondo! Tutta la sua percezione, quella che l’aveva accompagnato fin lì, veniva travolta da un nuovo punto di vista, che azzerava l’ultima istantanea, dava plastica rappresentazione del tempo comunque trascorso, e rendeva il paragone grottesco. Alla sua mente, certo, perché coloro che quelle persone avessero incontrate più recentemente di lui ne sarebbero state turbate assai di meno, o per nulla.

Complicato, certo contorto, ma forse corrispondente alla verità, almeno a quella del suo cervello. Per lui Emilia non era una vecchia signora, offesa dal volgere degli anni; e la ragazzina esile sul balcone non era la signora sformata che stava spingendo il carrello di un supermercato in quel momento.

Il suo mondo, la realtà del signor Augusto era davvero quella che il cervello percepiva e conservava.

Sarebbe stata necessaria solo un’ulteriore introversione controintuitiva: avrebbe dovuto saper restare dentro quel mondo, e avrebbe recuperato anche parte del rammarico, se solo avesse saputo apprezzare la cristallizzazione della malinconia, e pascersene.

Sì, certo. Forse.

Gli rimaneva ancora una domanda: le altre istantanee di ognuno, quelle catturate da tutte le altre innumerevoli persone incrociate nel corso di quella che, per convenzione almeno, poteva continuare a chiamare vita, che fine avevano fatto, quelle? Si autodistruggevano forse, come i messaggi in un film di spionaggio? O si agganciavano l’una dietro l’altra, sebbene catturate da occhi differenti, in un film che non apparteneva a nessuno? Una sorta di multiproprietà, insomma.

Avrebbe avuto bisogno di una cultura più approfondita, il signor Augusto, assalito com’era da dubbi e suggestioni ben più grandi di lui. Ma come avrebbe potuto fare? Ormai si era lasciato alle spalle lo spazio-tempo delle istantanee senza rughe.

Gliene rimaneva poco davanti, non certo sufficiente a penetrare quelle realtà, e già gli si affacciava alla mente un’altra di domanda difficile: come sarebbe finita quella storia di cui aveva consapevolezza di aver percorso, magari senza leggerli per bene, la maggior parte dei capitoli?

Già, perché quelli si interrogavano sulla realtà fisica, ma non avevano ancora trovato una teoria comprovata sul luogo, se mai ce ne fosse uno, dove sarebbe andata a finire, quando andava via, quella cosa che ognuno sentiva dentro di sé, che lo faceva pensare, soffrire, gioire.

Anima, la chiamavano alcuni, spirito, energia altri, e tanti, infine, non la consideravano proprio, anche se dovevano pur ammettere che qualche cosa doveva essere accaduto se prima quel corpo era caldo e si muoveva, e adesso no. Ci doveva per forza essere qualcosa in meno. Ma forse sostenevano quella tesi solo sino al proprio intiepidimento. Chi sa!

Era seccante, comunque, che nessuno riuscisse a imporre la propria versione, e tutto rimanesse così vago da non fornire nessun indizio sulla strada da prendere.

Non aveva pretese, il signor Augusto, e neppure famiglia e, adesso, alla soglia di quella che delicatamente veniva chiamata terza età, non se ne doleva più di tanto: non aveva preoccupazioni, né la prospettiva di dover lasciare qualche persona cara, andando via. Se solo avessero stabilito quale fosse quella benedetta destinazione finale…

Manco a dirlo, si informava di fisica, a livello divulgativo, si capisce, e aveva recentemente appreso che l'Universo, e quindi anche lui, si muoveva inesorabilmente verso uno stato di entropia sempre maggiore. Apprendere che si andava verso il disordine universale lo aveva lasciato sgomento.

Di più! Gli aveva acceso un'altra domanda a cui nessuno aveva dato risposta ancora: ma anche quella cosa che lasciava l'involucro fisico poteva essere considerata compresa nell'Universo? O aveva una sua propria dimensione, magari impalpabile come essa stessa?

E poi, la storia dell'osservatore valeva anche per quelle entità che nessuno poteva osservare e che, dunque, non potevano essere relativizzate dai singoli cervelli?

Adesso stava percorrendo, a piedi come d'abitudine, il tragitto che lo separava dalla sede della ditta, in centro città. Seguiva automaticamente le linee delle mattonelle del marciapiede che quasi sempre segnavano angoli retti, regolari, gli uni uguali a tutti gli altri. Lo infastidivano un po' le larghe foglie, gialle dorate dei platani che punteggiavano il bordo della strada, perché interrompevano la geometria delle linee, qui e là.

Non c'erano tante persone a quell'ora del mattino: gli era sempre piaciuto arrivare per primo in ditta, talvolta anche con un'ora di anticipo, e non per ingraziarsi la proprietà. No! Lo affascinava il senso di quiete che le scrivanie vuote, inanimate, sapevano dargli. Anche quel giorno sarebbe stato il primo, e questa prospettiva lo fece sorridere, mentre scansava un gruppo rumoroso di ragazzi in attesa dell'autobus.

Lui non lo usava quasi mai: meglio il marciapiede, era più ordinato, nonostante le foglie. E più sicuro della strada, dove l'autobus stava per mettere sotto quel ragazzino scappato dalla mano della mamma per raggiungere i compagni sull'altro ciglio della strada.

Il ragazzino e l'autobus… il signor Augusto agitò un braccio e urlò per attirare l'attenzione dell'autista del mezzo. Ma quello stava guardando nello specchio interno, certo disturbato dalla torma di passeggeri rumorosi. Non l'avrebbe visto per tempo…

Non si rese conto neppure del salto che aveva fatto per spingere il ragazzino lontano dalla traiettoria dell'autobus, ma ci riuscì, con un colpo di reni che non sapeva di possedere. Via, in salvo!

Sentì solo il colpo sordo del vetro di un fanale che si fracassava contro la sua testa, appena un attimo prima che quella cosa impalpabile che aveva dentro se ne andasse per sempre.

Beh, adesso avrebbe saputo quale sarebbe stata la sua stazione finale.